venerdì 18 gennaio 2008

Gabriele Buchicchio: il braccio destro di Nicola Morra di Cerignola

Gabriele Buchicchio era un "basilisco" compagno di ventura di Nicola Morra, anch'egli evaso dal carcere, il quale più tardi arruolatosi tra i volontari si battè a Capua, conquistando il grado di capitano dei garibaldini. Fece i suoi conti con la giustizia nell' anno 1864, quando fu finalmente arrestato.


"... il Morra, dicevo, venne gravemente ferito al gomito il 4 agosto 1860 in uno scontro presso la cappella di s. Lorenzo a poche miglia da Foggia. Egli andava a cavallo col Buchicchio, quando fu avvistata la carrozza del proprietario foggiano Giovanni Barone, che veniva dalla città alla sua masseria. Sedeva accanto al cocchiere un guardiano, ed entro, con lui, vi si trovava un giovane fattore, tal Domenico Grassi. Alla intimazione di fermarsi, il guardiano, sollecitato dal suo padrone, rispose con una fucilata, che raggiunse il Morra al gomito ; al che questi col Buchicchio fecero parlare anch' essi i loro fucili, e molto più sapientemente, perchè ne rimasero uccisi il cocchiere ed il Grassi. In tal punto il Barone col guardiano ebbero il destro di aprire lo sportello e di darsela a gambe levate, mentre i due banditi, abbandonando l’ ulteriore preda, si allontanarono di galoppo. Alla distanza di quattro giorni il Morra, dopo essere rimasto celato in una casa a Cerignola, temendo che l'arto si cancrenasse per mancanza di cure, si vide nella necessità di scompagnarsi dal Buchicchio e di dare un addio alla vita brigantesca per presentarsi spontaneamente a quel pretore locale.
E così, infatti, sulle ventitre ore del nove di agosto Nicola Morra, col braccio destro fasciato e a tracollo sul petto, in compagnia della madre e di sua sorella, in una carrozza da nolo, circondata e custodita da dragoni a cavallo, passò per Foggia tra una folla di curiosi, cui, indifferente, mandava saluti e sorrisi. Tale convoglio sostò per poco al largo s. Eligio, ove il comandante della provincia venne a dare gli ordini opportuni pel proseguimento del viaggio sino a Lucerà.
Il Morra fu giudicato da quella Corte criminale il 1.° di ottobre del 1865, difeso dagli avvocati Gaetano de Peppo di quel foro, e Vincenzo Barisani del foro foggiano, e fu condannato a diciotto anni di ferri ; per lo che gli venne poscia assegnato come luogo di espiazione il bagno di S. Stefano, che egli nel susseguente cinque di novembre andò a raggiungere.
E così quest' uomo leggendario e pericoloso scomparve dalla faccia del Tavoliere, che riacquistava pace e sicurtà, ma che dopo molt'anni, scontata la pena, ebbe a rivederlo alla macchia e a soffrire di lui nuove gesta brigantesche, che lo tra¬cinarono a pene ulteriori, sino a che lo vide vecchio, ma sempre impenitente, chiudere clamorosamente la sua esistenza".
(da Carlo Villani, Cronistoria di Foggia - 1848-1870)

giovedì 17 gennaio 2008

Lettera di Di Vittorio al Conte Pavoncelli




li 24 Dicembre 1920


Egregio Sig. Preziuso.


In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po' di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si e' certamente ispirato.
Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perche' - in gran parte - e' fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente - come il nostro - ghiotto di pettegolezzi piu' o meno piccanti.
Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onesta' ma per la mia situazione politica non basta l'intima coscienza della propria onesta'.
E' necessaria - e Lei lo intende - anche l'onesta' esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d'una cortesia - sia pure nobilissima come quella in parola - si ricamerebbe chi sa che cosa.
Si che, io, a preventiva tutela della mia dignita' politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi e' di pieno gradimento.
Vorrei spiegarmi piu' lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non e', non vuol essere superbia, ma credo di essere stato gia' chiaro. Il resto s'intuisce.
Percio' La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.


Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.


Dev.mo


Giuseppe Di Vittorio









Giuseppe Di Vittorio

"Gli "undici" hanno risposto che esigevano questa semplicissima cosa: lo scioglimento della CGIL, lo scioglimento di tutti i sindacati; al posto di tutto il nostro movimento, dovevano rimanere le correnti. Si chiedeva, dunque, il dissolvimento del movimento sindacale unitario per mettere al suo posto le correnti politico-sindacali in contraddizione, in concorrenza tra di loro.
Il primo insegnamento da trarre da quanto è avvenuto è che nella difesa delle proprie opinioni, nella propaganda delle proprie idee, nei casi di divergenza di carattere politico e ideologico che vi possono essere tra i lavoratori non bisogna trasferire e inasprire tali motivi di dissenso nell'azione sindacale quotidiana (...).
Per quanto ci riguarda, non ci presteremo a nessuna manovra di carattere scissionistico. Non ci lasceremo trascinare in conflitto con i lavoratori cattolici, perché anche quella parte di essi che oggi ha seguito gli scissionisti noi ci rifiutiamo energicamente di considerarla nemica. Non riconosciamo nemici o avversari tra i lavoratori. Continueremo a considerarli tutti fratelli, perché siamo certi che, nello sviluppo della lotta per la difesa del pane e della libertà, anche quei lavoratori che oggi si sono lasciati trascinare sulla via della scissione, ritroveranno domani la via dell'unità.
Come bisogna comportarci in quei pochissimi sindacati locali o nazionali nei quali gli scissionisti avevavo la maggioranza? Il principio base della CGIL è l'unità sindacale. Tutta la nostra tattica deve essere ispirata a questo principio fondamentale. Uscire da questi sindacati per costituirne altri, da contrapporre ad essi, significherebbe facilitare il compito dei fautori della scissione. Perciò, nei sindacati ove gli scissionisti prevalgono, la minoranza dei fedeli all'unità deve restare nel sindacato, operandovi attivamenteSe questa minoranza compirà il suo dovere nella difesa delle rivendicazioni dei lavoratori, noi vedremo che i lavoratori stessi si accorgeranno che la scissione è stata fatta contro i loro interessi e sapranno trarne tutte le conseguenze". (I Consiglio nazionale della CGIL, Firenze 1948).

"Noi sapremo custodire, salvaguadare e difendere l'unità della CGIL, che non sarà mai nè comunista, nè socialista, nè clericale, nè anticomunista: essa sarà sempre il sindacato di tutti i lavoratori italiani".
(II Congresso della CGIL, Genova 1949)

Testi e citazioni da: G. Di Vittorio (a cura di G. Bragantin e A. Tatò), L'unità dei lavoratori, Editori Riuniti, Roma 1957 (I^ ed.).